Chi è Stefano Apuzzo

FotoChieNato a Napoli il 2 maggio 1966, dopo Palermo, Mantova, Verona e Roma, vive a Milano dal 1980. Giornalista e scrittore dal 1995, Direttore Consorzio Ecoqual’It e periodico ambiente, energia e Hi tech “EcoFocus”, collaboratore di diverse testate giornalistiche, assessore all’Ambiente, Cooperazione e Protezione Civile del Comune di Rozzano (Mi), occupandosi anche di innovazioni tecnologiche, lavoro, parchi, verde e animali.
Già deputato al parlamento (1992-1994) e consigliere comunale a Opera, Presidente Amici della Terra Lombardia, ProAfrica Onlus e Associazione culturale “M’Arte”, Portavoce Gaia Onlus, autore di diversi libri e testi su ambiente, sicurezza alimentare, diritti dei consumatori, animali (Stampa Alternativa, Kaos edizioni, Costa&Nolan, “I Libri di Gaia”), tra cui “Farmakiller”, “Quattrosberle in padella” e “Bimbo bio”.
Ha militano nella Federazione Giovanile Comunista, nei Verdi ed è iscritto al PD dal 2010.
Ha coordinato campagne di comunicazione e politiche e prodotto diversi filmati promozionali su territorio (Parco Agricolo Sud Milano) e ambiente e lavorato per agenzie di comunicazione e direct marketing.
Ha organizzato e partecipato a diverse mostre artistiche e culturali in Italia, tra cui le edizioni di Milano e di Torino del Padiglione Italia della Mostra d’Arte Biennale di Venezia, curata da Vittorio Sgarbi.
Dedica gran parte del tempo al volontariato: per gli anziani in una casa di riposo di Vimodrone, per l’ambiente, per la cooperazione internazionale. Con ProAfrica Onlus costruisce un ospedale in Congo (inaugurato nel 2009 con il concittadino rozzanese Serafino Piras) e una scuola in Gabon; con Vento di Terra ha realizzato 5 scuole in Palestina e a Gaza
Attivo in progetti di cooperazione allo sviluppo in Africa, Sud America e Medio Oriente (Palestina).
Ideatore e coordinatore di progetti ambientali e di comunicazione per le aziende. Autore del “Catalogo Eco Logico 2012” di Amici della Terra e coordinatore del Premio “Comuni e Imprese Amici della Terra”, nato nel 1998 e del Premio Eco-tecnologico Award Ecohitech, anch’esso risalente al 1998.

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Impegno per la Pace

Stefano Apuzzo, da giovane militante pacifista ha organizzato e partecipato a tutte le mobilitazioni contro la guerra e gli armamenti negli anni 80: contro i missili "Cruise" a Comiso, contro gli "Euromissili" e le testate nucleari di Reagan, contro le aggressioni militari di Carter e contro l'Apartheid di Botha in Sud Africa, fino alla mobilitazione per fermare le bombe di Bush padre sull'Iraq nel 1990, durante la prima guerra del Golfo.
Nel 1990 Stefano Apuzzo, Mario Righi, Monica D'Ambrosio ed altri eco-pacifisti, stendono dal Duomo di Milano uno striscione di 30 metri contro la guerra del Golfo.
In tutte queste occasioni, e con altri ambientalisti, si è distinto per azioni pacifiche ma eclatanti: petrolio versato davanti il Consolato USA di Milano, occupazione dell'Ambasciata americana e del consolato sud africano, occupazione delle linee aeree dei paesi belligeranti, cortei ed happening per la pace.
Da parlamentare, si è recato in missione ambientalista, di pace ed umanitaria in Gabon, Sahara occidentale, Eritrea ed Algeria.
Nel 1999, mentre imperversano i bombardamenti della Nato sulla ex Jugoslavia, con altri militanti Verdi, si incatena ai cancelli della base aerea Usa di Aviano, dalla quale partivano i caccia bombardieri.
Nel 2003, con la decisione di Bush junior di bombardare e devastare l'Iraq, rendendolo ricettacolo dei terrorismi e dei fondamentalismi di mezzo mondo, Apuzzo, Edgar Meyer ed esponenti di Gaia, espongono una copia dell'opera di Picasso, Guernica, dimensioni naturali ai Bastioni di Porta Venezia a Milano.
Dal luglio 2004, Apuzzo è Assessore al Comune di Rozzano con delega, tra le altre, alla Pace. In questa veste ha aderito e promosso all'implementazione, con i Comuni della Provincia di Milano, del Progetto di cooperazione internazionale con il campo profughi palestinese di Shùfat, alle porte di Gerusalemme. Il Progetto, che prevede aiuti concreti, supporto formativo, scambi culturali, supporto ai giovani e portatori di handicap e missioni di pace, è promosso dai Centri Rousseau di Milano. Il Comune di Rozzano è uno degli aderenti e promotori.
É l'ideatore e il coordinatore del Progetto "Africa in Rete" per il trasferimento tecnologico ai Paesi in via di sviluppo, un Progetto che crea ponti e che consente di sviluppare forme innovative di partecipazione e la cosiddetta e-democracy. Il Progetto è sviluppato dall'Associazione Amici della Terra Lombardia, Gaia Onlus e Pro Africa con il contributo della Regione Lombardia.

Il ruolo dell'Europa per la pace, lo sviluppo e la solidarietà
L'Europa alla quale lavoriamo è un continente di pace, che ripudia la guerra, il terrorismo e le sue logiche distruttive. Avremmo voluto leggere nella Costituzione europea il riflesso dell'articolo 11 della Costituzione italiana che recita "L'Italia ripudia la guerra...".
L'Europa dovrebbe dotarsi di una autonoma forza di interposizione per la prevenzione dei conflitti e di una politica estera di sviluppo civile, culturale ed economico, compatibile con l'ambiente e duraturo nei Paesi in via di sviluppo. Dovrebbe aprire in tutti gli Stati del Sud del Mondo e presso le proprie sedi diplomatiche "Ambasciate di pace" che promuovano la convivenza civile e la cooperazione allo sviluppo eco sostenibile anzichè il commercio ed i traffici di petrolio, armi, uranio, la rapina delle risorse naturali e gli interessi di lobby industriali ed armiere.
Le "Ambasciate di pace" dovrebbero svolgere attività di monitoraggio delle situazioni a rischio, con la collaborazione delle ONG e del volontariato internazionale impegnati sul campo, per consentire interventi preventivi dell'ONU, dell'Unione e delle Agenzie di sviluppo (vedi la situazione del Ruanda, dell'Uganda, del Congo dell'Ethiopia e dell'Eritrea, dove i recenti massacri avrebbero potuto essere impediti).
I progetti impattanti sull'ambiente e sulle società che rispondono unicamente a logiche di profitto di lobby industriali, di politici corrotti locali e di multinazionali dovranno essere bloccati (vedi il caso dell'Argentina, dell'oleodotto in Ecuador e la devastazione delle foreste russe).

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Impegno Umanitario

Stefano Apuzzo è da oltre 15 anni impegnato in attività  a favore dell'Africa. al 2003 è Presidente dell'Associazione Pro Africa, vita, salute, tecnologie e ambiente che lavora in Congo ed in Gabon. In questi Paesi centro africani sono già  stati inviati container colmi di aiuti umanitari, sanitari, didattici e tecnologici.
L'ultima missione, condotta da Stefano Apuzzo, risale al luglio 2005. Al rientro dalla capitale della Repubblica Democratica del Congo, Kinshasa, una megalopoli di 12 milioni di abitanti, Apuzzo ha scritto la seguente riflessione su come dovrebbe svilupparsi la cooperazione allo sviluppo del prossimo Governo italiano (di centro-sinistra).

Africa, continente "evirato".
Spunti per una nuova Cooperazione allo sviluppo sostenibile.
A luglio 2005 si è parlato molto di Africa, il continente evirato dalla comunità internazionale, dall'attenzione dei "Grandi" e dei mass media. I megaconcerti "umanitari" e l'insistenza mediatica di Blair per affrontare le questioni africane allo scorso G8 (forse anche per distrarre dal baratro in atto in Iraq) hanno imposto all'attenzione del mondo il continente in ombra. 
Bene. Si è parlato di Africa per alcuni giorni, poi è tornata l'oscurità  sui mali del continente, sulle guerre e sugli affari in corso. La cancellazione di un debito, già  strapagato in interessi e risorse, non risolverà  i problemi dell'Africa e nulla cambierà  nella vita quotidiana dei gironi danteschi di Kinshasa, Goma e Luanda.
Si è recentemnete conclusa una missione in Gabon e Repubblica Democratica del Congo. Nel primo Paese africano, un progetto contro il gap digitale promosso da Amici della Terra e Regione Lombardia ha inaugurato un Internet Point ambientale a Libreville ed una scuola di educazione informatica a Makokou; in Congo l'associazione ProAfrica, ha costruito un ambulatorio medico a Boma e supportato alcuni laici e religiosi, impegnati in missioni difficili, a tirare avanti, con container di aiuti e fondi economici.
Il Congo sta attraversando una delicata fase di transizione democratica sostenuta dall'Unione Europea e dalla Comunità  internazionale, tanto che a luglio del 2005 era presente a Kinshasa lo stesso Presidente dell'Unione, Josè Luis Barroso. Oltre gli interventi umanitari, educativi e di trasferimento tecnologico, operati da piccole e grandi organizzazioni, mi interessa fare una riflessione sul futuro della cooperazione ad un vero e duraturo sviluppo; cooperazione che dovrà  vedere, si spera - con il nuovo Governo - dal 2006, il rilancio del protagonismo dell'Italia e dell'Europa. Oggi, i fondi per la cooperazione allo sviluppo sono ridotti al lumicino e rappresenterebbero una vergogna se non fossero lievitati grazie alle donazioni dei cittadini, degli Enti locali e delle imprese in seguito allo Tsunami dello scorso anno. Il rischio che deve essere evitato, è di aiutare i ricchi dei Paesi poveri.
Oggi, i protagonisti sulla scena africana, se escludiamo la meritoria opera del Sud Africa per agevolare i processi di pace in diversi Paesi, sono gli americani ed i francesi. Gli interessi di queste due potenze nel continente africano non sono di tipo umanitario. Il petrolio del Cabinda, piccola enclave angolana in Congo, è ipotecato dagli USA, mentre i francesi (Elf e non solo) tengono ben salde le redini sullo sfruttamento petrolifero (e forestale) in Gabon. Un grande Paese come il Congo, che possiede uranio, oro, diamanti, coltan (minerale super conduttore per computer e prodotti tecnologici) è alla fame.
Nei villaggi la gente non muore di fame (ma per assenza di un antibiotico o di un anti malarico, si) solo grazie alla presenza dell'acqua del fiume Congo e della foresta che produce ogni bene alimentare.
Tra l'asservimento totale di alcuni presidenti africani agli interessi di francesi e americani e la follia di capi di Stato come Costa d'Avorio e Zimbabwe che hanno aperto la "caccia al bianco", deve pur esserci una via di mezzo.
I concerti e gli impegni (quasi mai rispettati) dei G8 sono importanti, ma l'Africa ha bisogno di investimenti generosi, mirati e vincolati: vincolati a progetti specifici, alla salvaguardia ambientale, alla tutela delle ultime foreste pluviali, alla risoluzione di problemi. Qualche esempio.
Tra Matadi e Boma, nel sud del Congo sorge la mega diga di Inga che, con un investimento tecnologico e di ripristino di funzionalità  danneggiate dalla guerra e dall'incuria, potrebbe produrre 100.000 megawatt di energia idro elettrica. Energia pulita e rinnovabile. L'investimento sarebbe di alcuni miliardi di dollari (un infinitesima parte di quanto speso dagli americani per la guerra in Iraq).
L'ottimizzazione della diga di Inga potrebbe fornire energia elettrica pulita a tutto il centrAfrica, risparmiando quantità  enormi di petrolio e di legname (e quindi foreste), una delle fonti primarie di "energia" nei villaggi.
Perché l'Unione europea non adotta questo progetto strategico per l'area centrafricana, anziché distribuire, pur utili, aiuti a pioggia?
Oggi a Kinshasa l'energia che arriva dalla grande diga non garantisce nemmeno l'elettricità  tutti i giorni e le lampadine sono tanto fioche da sembrare spente. Il "Summit della Terra" di Johannesburg e tutti i più recenti G8 hanno confermato "l'impegno del documento di Dakar per la diffusione universale dell'istruzione elementare entro il 2015" ed hanno ribadito la volontà  di "perseguire l'obiettivo di estendere l'utilizzo delle tecnologie informatiche e della comunicazione per la formazione degli insegnanti nei paesi in via di sviluppo, sostenendo un piano di azione per colmare il gap digitale tra paesi ricchi e poveri". Oggi, Paesi come il Congo ed il Camerun hanno percentuali di analfabetismo che sfiorano il 70%; come sarà  possibile entro 10 anni raggiungere gli obiettivi annunciati, visto che nulla si sta facendo, resta un mistero.
In Congo, come negli USA - alleato di ferro - d'altronde, si paga la sanità  e la scuola. Considerando che lo stipendio mensile di un insegnante e di un poliziotto si aggira intorno ai 10 dollari, è facile immaginare come sanità  e scuola rappresentino un privilegio per una minoranza di eletti.
Molto potrebbe e dovrebbe fare la chiesa che in ogni grande villaggio gestisce un luogo di culto e, molto spesso, una scuola. L'istruzione deve essere gratuita (anche quella religiosa o comunque gestita dalla Chiesa) e la prevenzione di malattie trasmissibili sessualmente, la contraccezione ed il controllo delle nascite non possono più essere considerati dei tabù.
Un preservativo, come un antibiotico o un antimalarico, in Africa, costano troppo e non sono alla portata della popolazione, che, infatti, non li utilizza. Nei villaggi non si parla né di contraccezione, né di educazione sessuale, né di prevenzione: il boom demografico e le malattie galoppano così incontrastati. Se la gente dei villaggi in Gabon vive, a differenza del vicino Congo, in una condizione di relativo benessere è, non solo per la ricchezza del Paese (petrolio, uranio, legno etc.) ma anche perchè ha una superficie grande come l'Italia senza le isole, è abitata solo da un milione e 150 mila persone. La definizione di politiche demografiche deve essere una priorità .
Nei Paesi africani vi è anche l'esigenza di far crescere una nuova classe politica e dirigente, onesta e lontana dalle corruttele che permeano molte società  del continente. L'Italia che, si auspica, rivedrà  la propria politica di cooperazione ed immigrazione dovrà  favorire la presenza per studio e stage di giovani africani nel nostro Paese. Giovani che possano tornare in Africa con un bagaglio culturale e di esperienza utili al futuro dei propri Paesi.
Molte persone in Africa hanno necessità  di recarsi in Italia ed in Europa per cure mediche ed interventi che sono impossibili nei Paesi di origine. Ma, salvo rari casi, le nostre Ambasciate nei Paesi africani, sono dei veri e propri muri di gomma che respingono casi gravi che da noi potrebbero essere guariti. Ritengo che si tratti di indicazioni precise della Farnesina e non certo della disumanità  dei diplomatici italiani.
Di fatto, oggi centinaia e migliaia di bambini ed adulti, che potrebbero avere salva la vita con un intervento negli ospedali italiani ed Europei muoiono o restano infermi per colpa della xenofobia del nostro Governo e di altri governi europei che non concedono i visti. In assenza della possibilità  di raggiungere le coste europee legalmente, molti cittadini dei Paesi africani si affidano ai trafficanti di persone, mettendo a repentaglio la propria vita.
Altro discorso riguarda invece il commercio dai Paesi africani verso l'Europa e gli USA. Nessun problema per quanto riguarda i prodotto "strategici" (per l'occidente) come petrolio, coltan e uranio. Ben pi๠difficile la situazione per i prodotti agricoli. L'Europa, si sa, sovvenziona generosamente la propria agricoltura inquinante e mal tollera concorrenze straniere. Ne consegue che i prodotti agricoli africani subiscono la penalizzazione dei dazi, oltre alla carenza strutturale di logistica e trasporti.
Il 50% della logistica africana si sostiene sulla Francia e sul Porto di Marsiglia e per entrare nell'UE i prodotti agricoli sono sottoposti ai dazi "Form A" ed "Eur 1". Gran parte dei carichi di mango, ananas, ocra e banane, in presenza di insetti, sono distrutti nei porti europei (o meglio, francesi) all'arrivo.
Il trasporto via nave crea enormi difficoltà  alle economie africane. Sarebbe necessario creare dei corridoi aerei "verdi", incentivando il commercio ed il trasporto aereo dei prodotti, buona parte dei quali non può superare i 15 giorni di viaggio.
Ultima riflessione riguarda le democrazie africane, spesso fragili.
E' certamente utile incentivare processi transitori alla democrazia, come sta facendo l'Europa in Congo, forse più¹ discutibile consolidare rapporti politici, economici e di cooperazione con stati dove i cittadini non votano e non sono liberi o nei quali il potere è ancora saldo in mano a bande criminali, come invece sta facendo l'Italia con alcuni Paesi del Corno d'Africa.

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